Gli Italiani, i Giapponesi e il Kintsugi

I giapponesi sono un popolo parecchio strano.
Precisi, puntuali, calmi, pronti, folli, ossequiosi, indottrinati, regolamentati, martiri, distaccati, timidi, pixellati, feticisti, manghisti, tradizionalisti, fotografi, samurai, sudditi,  tecnologici, religiosi, maniaci, …
…e se avete guardato almeno una volta il famigerato “Mai Dire Banzai” della Galappa’s band sapete bene quanto assurdi possano essere i giapponesi.
Se non l’avete mai guardato rimediate subito:
http://www.maidire.it/2011/mai-dire-banzai-1989/mai-dire-banzai-1989-3-puntata/
(sul sito trovate tutte le puntate)
I giapponesi sono completamente pazzi se osservati dalla nostra cultura italiana.
Quale nostro soldato mandato in missione a proteggere un’isoletta,  continuerebbe a combattere la guerra anche dopo 30 anni che la radio è muta e non riceve ordini?
Nessuno, credo.
Per Hiroo Onoda e altre decine di guerriglieri era impensabile fare l’opposto. (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Soldati_fantasma_giapponesi).
Oppure chi di noi sceglierebbe in totale libertà di diventare kamikaze?
Eppure durante la seconda guerra mondiale erano decine i volontari giapponesi che sceglievano quel destino per salvare l’imperatore divino.
Da noi non capiterebbe; non solo perché non abbiamo un “imperatore divinizzato”,  ma soprattutto perchè più che al “sacrificio verso Dio” siamo meglio abituati al “Dio che si sacrifica per noi”.
Questione di gusti.
Siamo profondamente diversi, noi e i giapponesi.
Noi mangiamo con forchetta e coltello loro con le bacchette, noi scriviamo da sinistra a destra loro dall’alto in basso, noi sediamo sulle sedie loro passano la vita seduti a terra, loro fotografano la nostra Italia e noi salviamo le nostre foto sulle schede di memoria giapponesi, loro sono tendenzialmente silenziosi e distaccati, noi tendiamo ad essere bonaccioni e ridanciani, e poi mentre i giapponesi sono totalmente ossessionati dalle regole, noi  lo siamo dalla totale mancanza di regole.
Insomma, cosa può avere da spartire un italiano con un giapponese?
Nulla, all’apparenza.
Ma è evidente che invece due culture così differenti abbiano enormi potenzialità l’una nei confronti dell’altra.
Confrontarsi con uno simile a te non ti arricchisce come farlo con una persona completamente diversa, pensaci.
La differenza è la radice dell’arricchimento interiore.
Ci sono molti risvolti della cultura giapponese che sono entrati con forza nella “cultura” italiana.
Un esempio sono le discipline corporee, un altro le arti marziali.
Shiatsu, Judo, Reiki, Karate, Aikido, Moxa, Kendo, sono parole ormai entrate nel vocabolario di molti italiani.
Sono parole Giapponesi.
Un’altra bella parola giapponese è  Kintsugi.
Kintsugi è l’arte di riparare la porcellana utilizzando l’oro come “collante”.
Noi se ci cade un bel vaso e si rompe che facciamo? Lo rincolliamo usando la massima cautela e cercando di fare in modo che non si vedano le venature della spaccatura.
I giapponesi no, per loro la spaccatura è ciò che rende vero e unico quel vaso, perciò la mettono bene in evidenza con l’oro delle riparazioni.
Un giapponese pensa: “Quel vaso poteva spaccarsi in mille modi diversi e ha scelto quello in cui si è rotto. Perchè tralasciare questo importante tratto distintivo della sua personalità?
Meglio invece arricchire la storia di quel vaso anche dell’accidente che l’ha rotto, perchè anche quello può aumentarne la bellezza.
Meraviglioso!
A ragionarci un po’ noi tendiamo a comportarci nei confronti di noi stessi come facciamo nei confronti del vaso rotto: tendiamo a nascondere le parti che non ci piacciono della nostra personalità, le parti ferite, ammaccate o brutte. Passiamo un sacco di tempo a trovare un modo per tenere insieme queste parti rotte, storte e tremolanti così come passiamo del tempo a rincollare il vaso “come se nulla fosse successo”.
E ovviamente facciamo finta di stare bene così come facciamo finta che il vaso reincollato sia intatto.
Il kintsugi e la cultura giapponese invece possono insegnarci che noi siamo anche le nostre ammaccaure, le nostre cicatrici, i nostri lividi; e che anche le nostre crepe vogliono far parte della nostra bellezza.
Sta a noi valorizzarle.

kintsugi

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Darwin e la passera scopaiola.

A me il Darwinismo, l’evoluzione e il meccanismo di selezione della specie, non mi ha mai convinto fino in fondo.darwin
Cioè, finché diciamo che il fatto di vivere al freddo ha “selezionato” gli esemplari di foca che accumulavano più grasso (e quindi stavano più al caldo) rispetto a quelli magri (che sono morti di freddo), mi può andare piuttosto bene, ma ci sono altre cose che non si spiegano. Com’è che i mammiferi hanno tutti, ripeto tutti, 4 zampe?
Pensaci. E’ una cosa sconvolgente!
Com’è che in migliaia di anni di mutazioni casuali non è mai capitato che sopravvivesse meglio un cane a 6 zampe? (a parte quello del simbolo dell’ENI). E com’è che gli insetti ne hanno tutti 6? Com’è che non è mai successo che sopravvivesse meglio un ragno (aracnide) con 6 zampe invece delle consuete 8?
C’è qualcosa che non torna.
Ma se Darwin lo mettiamo in discussione dobbiamo pensare allora che sia stata una “mente superiore”, un Dio, ad aver plasmato gli esseri viventi?
Ecco, il problema è sempre lo stesso, se ti dichiari Darwin-scettico, allora ti bollano subito come creazionista.
Premetto che non so se Dio c’è (e sfido chiunque ad affermare oggettivamente che esista o che non esista), ma ammesso che ci sia, io non posso convincermi del fatto che tutte le miriadi di specie differenti siano state create da Lui, una per una, plasmandole dall’argilla. Capisco aver fiducia nel Creatore, ma non possiamo obbligarlo a un lavoro così sfiancante. Solo gli insetti sono 900.000 specie diverse. 900.000 è un numero spaventoso. Poi ci sono le piante (circa 370.000) , 4.500 sono le specie di mammiferi, 8.700 quelle di uccelli, 6.300 i rettili, 3.000 gli anfibi, 23.000 i pesci, e infine, proprio per non farci mancare niente, ci sono le 500.000 specie che conosciamo ma non cataloghiamo in categorie perché sono troppo strane. in tutto circa 2.000.000 di differenti animali e piante (e non abbiamo contato batteri e virus).
E’ un numero fantasmagorico, ed è solo la conta degli esemplari che abbiamo rinvenuto e catalogato. Chissà quante altre ci sono sfuggite!
E ci stiamo riferendo al solo pianeta terra. Immaginando un “Dio dell’universo” il numero cresce esponenzialmente.
Vogliamo pensare che Dio abbia passato eoni a plasmare con le sue mani sante ogni zampettino del millepiedi? e mica una volta sola, sono infatti 10.000 le specie diverse di millepiedi! Dobbiamo volergli proprio male a sto Dio per pensare di costringerlo ad un lavoro così noioso.
Ma volevo parlare di Darwin, e soprattutto della passera scopaiola.
Andiamo con ordine.
La teoria Darwiniana, dicevamo, non mi piace granché. Non dico che sia falsa, però un pochino mi puzza e non solo riguardo al numero delle zampe degli animali. Solitamente quando si studia questa teoria ci vengono abilmente proposti degli esempi per convincerci che è vera. Ci raccontano, ad esempio, la storia delle farfalle nere di Londra. Praticamente a Londra, prima della rivoluzione industriale, vivevamo quasi esclusivamente farfalle bianche e solo raramente ne nasceva qualcuna scura che però faceva subito una brutta fine. Infatti le farfalle chiare si mimetizzavano molto bene con le bianche mura delle case londinesi sulle quali erano solite posarsi, mentre per quelle scure era un attimo farsi mangiare da un passero o da un tordo che passavano di li per caso. Il loro colore le rendeva troppo evidenti. Ma con il boom industriale Londrà si riempì di ciminiere che sputazzavano fuori enormi quantità di fumacci scuri e fuliggine. Nel giro di pochi anni la città divenne grigia (il famoso grigio di Londra) e la condizione delle farfalle si ribaltò: ora erano quelle scure a riuscire a mimetizzarsi meglio e sfuggire all’ingordigia dei volatili, mentre per le bianche fu una strage. Questo esempio viene riportato per supportare la teoria secondo cui sopravvive la specie che è più adatta all’ambiente in cui vive. I mutamenti avvengono per caso e diventano dominanti solo quando l’ambiente diventa loro più favorevole. Un’altro esempio classico è il collo delle giraffe. Le giraffe che per caso nascevano col collo più lungo potevano mangiare anche quelle foglie che stavano troppo in alto per le giraffe dal collo normale. Mangiando di più erano più forti e facevano più figli e piano piano gli altri esemplari dal collo corto si estinsero e rimasero solo quelle a collo lungo. Sono esempi potenti, convincenti, e un po’ tutti siamo persuasi che il buon vecchio Charles, in fondo, possa avere ragione.
Poi leggi della passera scopaiola e il Darwin vacilla.
passerascopaiolaLa passera scopaiola, è un uccello della famiglia delle Prunellidae che è solita accoppiarsi con più maschi nel giro di poco tempo, da qui (credo) il divertentissimo nome. I maschi di quella specie, (gli scopaioli?) fanno una cosa che è al contempo disgustosa ma geniale. Siccome l’agomento si fa difficile cito il linguaggio tecnico di Wikipedia per urtarvi il meno possibile:

Particolare importante del comportamento è quello che effettua il maschio che, prima dell’accoppiamento, colpisce in maniera delicata e ripetuta, con il proprio becco, la zona esterna dell’organo sessuale femminile. Ciò fa sì che, se la femmina si è da poco accoppiata con un altro maschio, essa estrometta il seme appena ricevuto cosicché l’attore ultimo possa sostituirvi il suo.

Ora capirete di essere di fronte ad un miracolo di genialità! E’ una delle poche specie in cui chi feconda è l’ultimo arrivato, con buona pace di tutte le teorie sui maschi alpha. Ma c’è un importante interrogativo che dobbiamo porci: come diavolo avrà fatto a capire che doveva fare così? Potremo semplificare e dire che  è l'”istinto” a guidare i suoi movimenti ma, riflettiamoci, da dove deriva questo istinto? Gli altri animali, anche quelli di specie simili, non manifestano questo comportamento quindi se lo devono essere “inventati” per conto loro. Oltretutto l’istinto è una risposta immediata ad uno stimolo (vedo una foresta che brucia -> istintivamente corro dalla parte opposta) mentre qui siamo di fronte a un ragionamento complesso. Oppure, seguendo la teoria Darwiniana, potremo dire che è stato “il caso”.
Lo scienziato, infatti, ci farebbe subito notare che lo scopaiolo che compie quella pratica ha enormi possibilità in più di riuscire a fecondare la femmina, e quindi, alla lunga, può essere probabile che la selezione naturale abbia lasciato in vita solo le discendenze di quei maschi che, seppur inconsciamente, picchiettano sempre e solo in quel dato punto. Ma aspettate un attimo, secondo voi, io posso continuare a guardarmi allo specchio dopo essermi bevuto sta vaccata? Cioè io dovrei immaginare millenni in cui gli scopaioli becchettavano tutto il giorno A CASO le povere scopaiole senza motivo? E picchietta oggi sulla testa, domani sulle ali, la settimana dopo sulle zampette o sulla coda, ad un tratto, CASUALMENTE, qualcuno si accorge che se picchietta “li” succede una cosa strana, e sempre per CASO decide di accoppiarsi con la femmina (che oltretutto a furia di picchiettate, sai che mal di testa!?) e alla fine, dopo generazioni, rimangono solo quelli che, senza conoscerne il motivo, hanno capito, CASUALMENTE, l’importanza dei preliminari?
Nossignori! Non regge. Per cercare una spiegazione plausibile dobbiamo ipotizzare che gli scopaioli abbiano compreso, tempo addietro, il meccanismo accoppiamento->seme->prole. Cioè abbiano smesso di pensare che i pulcini li portava la cicogna (che per un volatile è cosa facilmente verificabile) o che si trovano nei nidi sotto i cavoli.
Ora, a noi pare scontato sapere come nascono i bambini, ma è probabile che la nostra specie abbia trascorso millenni completamente all’ oscuro di questo meccanismo. Le donne e gli uomini facevano l’amore ma la gravidanza si “mostrava” qualche mese dopo, mica subito. Ci sarà voluto un po’, capirete, a collegare causa ed effetto. Forse è per questa ragione che le prime società umane, basate sul culto della fertilità, conferivano un ruolo fondamentale alle donne: loro erano le Grandi Madri di tutto il villaggio. Erano quelle talmente in contatto con le forze naturali che “magicamente” potevano addirittura creare la vita! (e se ci pensiamo bene, fortunatamente, è ancora così) Poi col tempo, forse, si è capito il “meccanismo” e allora è diventato importante per gli uomini trasmettere la propria discendenza e questo ha segregato le donne, nelle società meno evolute, a ruolo di mezzi attraverso il quale l’uomo si riproduce. Potrebbe essere una spiegazione della nascita, ahimé, della società patriarcale? Non so se sia andata così, è un’ipotesi, ma di certo il meccanismo di concepimento e nascita non è una cosa che i nostri antenati sapevano dall’inizio, lo hanno dovuto scoprire. E va detto (con un po’ di arroganza) che noi siamo i Sapiens! Ma non dovevamo essere quelli che capiscono di più?! Quelli che ce l’hanno più grosso (il cervello)? Quelli in grado di comprendere il mondo?! Com’è che per noi è stato complesso, mentre per le specie che Darwin definirebbe “meno evolute” è una cosa così ovvia al punto da elaborare addirittura una strategia di sostituzione del seme? Quale cambiamento di ambiente ha portato i maschi di quella specie a comportarsi in quel modo? Ci deve essere qualche altro motivo (oltre il caso), caro il mio studioso inglese.

A me non mi freghi, e neppure agli scopaioli.

Il solstizio d’inverno, i magi e la neve sul presepe.

Non ho mai capito il motivo della neve sul presepe di
natale. In effetti la notte della nascita di Gesù, ammesso e non
concesso che fosse il 25 dicembre, in Palestina di certo non
c’erano temperature vicine allo zero da far nevicare. E se faceva
così freddo com’è che i pastorelli del mio presepe erano sempre
vestiti di pochi abiti e per lo più primaverili? Ma poi i cammelli!
Ve li immaginate ad arrancare nella neve nei giorni dell’epifania?
No, è impossibile che ci fosse la neve e poi, per tagliare la testa
al toro, basta consultare un sito meteo per apprendere che adesso
mentre scrivo (è il 24 dicembre e sono le 23.30) a Betlemme ci sono
ben 9 gradi. Quindi niente neve. E’ probabilmente una nostra
aggiunta successiva per rendere il natale più “magico” o più vicino
alle temperature europee. Un’aggiunta o meglio una
reinterpretazione. La cosa divertente è che il “natale” è stato
innumerevoli volte reinterpretato da svariate culture e da diversi
culti religiosi, e non solo per quanto riguardava la neve del presepe;
ci sono cose molto più gustose. In questo post mi piacerebbe
parlare del cristianesimo e di come abbia reinterpretato in suo
favore miti e leggende che esistevano migliaia di anni prima della
nascita di Gesù. Sono moltissimi i popoli che in antichità
festeggiavano, proprio nei giorni del natale, una della loro
festività più importanti. Casualità o c’è qualche spiegazione?
Motivazioni possibili ce ne sono diverse ma per questa volta ho
deciso di giocare con voi al “piccolo astronomo”. Infatti sono
decine le storie e le leggende che appartengono a varie culture e
religioni del passato e che possono essere intese come metafore di
movimenti degli astri nel cielo. In pratica si pensa che gli
antichi inventassero leggende mitologiche per dare una forma più
definita al movimento degli astri nel cielo. Gli esempi sono
diversi, e fra questi c’è anche la vicenda di Gesù. Non ci credete?
Allora spalancate gli occhi e continuate a leggere. Per capire bene
il senso di quanto stiamo dicendo è necessario essere certi di
conoscere bene il moto del sole nel cielo durante tutto l’anno
solare. (N.B. so perfettamente che è la terra che si muove intorno
al sole e non viceversa ma per comodità, mi riferirò sempre al
movimento del sole in quanto è quello che viene percepito dalla
terra stessa, dal nostro punto di vista). Il sole sorge ad est e
tramonta e ovest, su questo credo che saremo tutti d’accordo. Ma
non sorge sempre nello stesso punto preciso e soprattutto non
compie sempre la stessa traiettoria nel cielo: dipende dal periodo
dell’anno in cui ci troviamo. In estate il sole segue una
traiettoria lunga e decisamente alta nel cielo, in inverno una
traiettoria breve e decisamente bassa sull’orizzonte. Per questo
l’inverno è più freddo dell’estate e le ore di luce sono molte più
a giugno che a dicembre. Per capire bene questo movimento fissiamo
il giorno in cui il sole compie la traiettoria più alta nel cielo,
quello sarà il giorno dell’anno in cui le ore di luce saranno più
numerose; quel giorno è il solstizio d’estate (circa il 21 giugno).
Da questo momento di apice, giorno dopo giorno, il sole tenderà a
disegnare nel cielo un arco sempre più basso sull’orizzonte fino a
raggiungere il momento in cui il suo movimento sarà bassissimo;
quello sarà il giorno più buio dell’anno ovvero il solstizio
d’inverno (circa il 21-22 dicembre). Ovviamente dal solstizio
d’inverno la traiettoria del sole riprenderà a salire per arrivare
al suo massimo al solstizio d’estate e poi il ciclo ricomincia. Il
disegno qui sotto spero che chiarirà meglio delle mie parole
eventuali dubbi.

20121225-015503.jpg Va anche detto che in antichità, praticamente tutti
i culti “pagani”, adoravano il sole come una divinità. In effetti è
proprio da quell’astro che la terra trae il calore e l’energia per
produrre e sostentare la vita. Quindi per gli antichi il momento
del solstizio di inverno era il momento in cui il sole “stava
morendo” (perchè la sua traiettoria era bassissima) e i giorni
successivi (quelli in cui il sole ricomincia a spostarsi verso
“l’alto”) erano sempre accompagnati da grandi feste per la sua
“rinascita”. Quando il cristianesimo si impose sui culti pagani
europei assorbì le festività precedenti facendole sue e attribuendo
a queste un significato legato al suo culto. E’ abbastanza
intuitivo pensare che,in questa ottica, il momento dell’anno
migliore per collocare la nascita del “salvatore” fosse proprio nei
giorni in cui il sole ri-nasceva, che sono proprio i giorni
successivi al solstizio d’inverno. Sono gli stessi storici a
confermare che difficilmente la nascita di Gesù avvenne il 25
dicembre. Molti parlano di novembre, gennaio, addirittura marzo o
maggio. Altri invece lo collocano proprio il 25 dicembre ma si
tratta di storici vissuti diversi secoli dopo le vicende di Gesù. I
più prossimi a lui invece non citano, quasi mai, quella data
fatidica. Comunque sia andata le analogie fra la storia di Gesù e
il movimento delle stelle nel cielo non sono finite. Ce ne sono
molte altre. Sarà un caso che la resurrezione di Gesù viene
festeggiata qualche settimana dopo l’equinozio di primavera? Gli
equinozi sono dei giorni dell’anno simili ai solstizi ma in cui il
sole, invece di essere al suo “minimo” o al suo “massimo”, è in una
posizione per cui la durata del giorno è identica a quella della
notte. Due punti intermedi del ciclo fra i solstizi che abbiano
descritto prima. (lo stesso termine “equinozio” deriva dal latino
“equi noctis” cioè “notte uguale” al giorno). I giorni successivi
all’equinozio di primavera (e fino all’equinozio di autunno) sono
giorni in cui le ore di luce sono maggiori di quelle di buio e in
questa ottica si capisce perchè collocare la resurrezione proprio
in questo periodo (è il dio-sole che “vince” sulle tenebre). Ma
l’aspetto che più mi ha colpito nella spiegazione del cristianesimo
attraverso l’astronomia è quello reativo alla vicenda dei 3 re
Magi. Qui c’è da allacciarsi le cinture di sicurezza! Per spiegare
questa analogia dovremo fare la conoscenza con 3 stelle in cielo
(molto famose) che in antichità erano proprio chiamate “i 3 re” (o
i 3 magi, o i tre mercanti etc.) e che negli ultimi giorni di
dicembre si comportano in modo abbastanza particolare. Stiamo
parlando delle famigerate stelle delle cintura di Orione (quelle
che dovrebbero aver fatto da modello per le tre piramidi principali
della piana di Giza). Ebbene, in concomitanza coi giorni successivi
al solstizio di inverno queste tre stelle che sono allineate con
Sirio (la stella più luminosa del cielo notturno) vanno proprio a
disporsi nel cielo indicando con precisione il punto in cui sorgerà
il sole la mattina del 25 dicembre. Capisco che sembri delirante,
ma le immagini sotto dovrebbero chiarire un po’ la situazione:
Nella prima immagine potete vedere la posizione di Sirio (Sirius) e
delle tre stelle della cintura di Orione la notte del 24 dicembre
(la cintura di Orione è composta da quelle tre stelline in linea
che nell’immagine stanno all’incirca fra Sirio e Jupiter (Giove)).
Bene se tracciate una linea che unisce più o meno le 4 stelle (3 di
Orione+ Sirio) e raggiungete l’orizzonte in basso, sapete che li
sorgerà il sole alla mattina del 25 dicembre (come dimostrato dalla
seconda immagine)

20121225-233700.jpg

20121225-234052.jpg Ora, se non lo avete ancora notato questo movimento
stellare equivale esattamente a quello che accade nella leggenda
che tutti conosciamo:i 3 re Magi seguono una stella molto
splendente (la storia della cometa è un’aggiunta successiva) che
guiderà loro nel luogo in cui nascerà il “salvatore” (cioè il
sole). Fila parecchio, mi pare. Ovviamente potrebbero essere
esclusivamente delle congetture, potrebbe essere tutto casuale, ma
il dubbio personalmente rimane ben saldo. La cosa che mi pare più
interessante è notare come la spiegazione astronomica delle
leggende antiche (comprese le vicende legate al cristianesimo) ci
permetta di risolvere un problema che da sempre ci lascia
perplessi. Spesso infatti ci domandiamo: com’è possibile che in
parti diverse del mondo, lontane migliaia di chilometri le une
dalle altre, si siano sviluppate storie, miti e leggende
praticamente identiche fra loro? Se assumiamo come possibilità il
fatto che queste storie derivino dall’osservazione del movimento
della luna, dei pianeti e delle stelle la risposta è scontata: le
storie sono simili perché tutti gli uomini (che vivevano nello
stesso emisfero) osservavano, più o meno, lo stesso cielo stellato
e ne traevano simili indicazioni.
Per questo spero sia chiaro che affrontando le vicissitudini cristiane da un punto di vista astronomico non è mia intenzione attaccare la fede di nessuno, la quale è
inattaccabile per definizione. Il mio scopo è quello di raccontare queste
storie per smuovere in voi la curiosità di approfondire un po’
l’osservazione del cielo stellato che è una delle poche cose che è
meravigliosa, gratuita, e che ci accomuna con tutti gli esseri
umani che nel passato hanno calcato la stessa terra su cui viviamo
noi oggi.

Frecce, demoni e le sfighe di un giovane principe.

La nascita dell’agopuntura
–parte prima-

C’era una volta, in una landa sperduta dell’attuale Cina, un giovane nobile che durante una battuta di caccia, inseguendo un cervo o un coniglio, si accasciò improvvisamente a terra vittima di dolori spasmodici.
Lanciò un grido lancinante e in un lampo i suoi compagni furono su di lui molto preoccupati.
Lo aiutarono ad alzarsi, e si sincerarono delle sue condizioni.
Il principe accusava un forte dolore che dalla schiena correva fino alla coscia (attraversando il gluteo) e gli impediva di camminare se non zoppicando faticosamente.
Noi, oggi, diremo che era vittima di una banale sciatalgia, ma immaginate cosa dovevano aver pensato i suoi compagni di caccia, di fronte a un dolore improvviso, acuto e così debilitante.
Uno spirito malvagio aveva colpito il principe?
Una strega gli aveva scagliato una maledizione?
O improvvisamente qualche meccanismo interno del corpo si era inceppato?
Impossibile dirlo in quelle circostanze, bisognava immediatamente portarlo da un guaritore.
Si mossero subito, e imboccarono la via del ritorno al loro villaggio ma non prima di aver costruito una rudimentale stampella per aiutare il loro compagno.
Dopo qualche tempo però, il gruppo arrivò a una piccola radura dove fu assalito da un branco di lupi affamati e dovette combattere per portare a casa la vita.
La loro reazione fu immediata, erano tutti abili cacciatori e combattenti e si scagliarono senza paura contro le bestie feroci. Nel giro di poco tempo menarono così tanti colpi a segno che costrinsero il branco di lupi a fuggire terrorizzato nel più profondo del bosco e nella piccola radura ridiscese immediatamente  il silenzio.
Erano ancora tutti affannati ed esaltati dallo scontro che non si curavano dei graffi e dei morsi che avevano ricevuto (a dire il vero nessuno di loro era stato ferito gravemente) quando ad un tratto, il cugino del principe, fu attirato da un rumore proveniente dai cespugli vicini.
Pensando che qualche lupo si fosse nascosto e stesse per aggredirli di sorpresa, incoccò una freccia nel suo arco e la scagliò potente fra gli arbusti.
Il risultato fu un grido lancinante. Di nuovo.
Ma non un latrato di lupo o di qualche altra bestia, era il grido di un uomo e aveva una voce conosciuta.
Nel marasma dello scontro, infatti, nessuno si era accorto che il giovane principe acciaccato,  che in quelle condizioni sarebbe  stato sicuramente più di intralcio che d’utilità, aveva pensato bene di nascondersi fra dei cespugli vicini  attendendo la fine dello scontro.
Ancora una volta tutti si precipitarono al suo fianco mentre il principe, contorcendosi per il dolore, ebbe la netta sensazione che quello non doveva essere di certo il suo giorno fortunato.
E invece, come scopriremo, di fortuna gliene era rimasta ancora e molta di più di quanto pensasse.
Infatti il dardo scoccato con forza e precisione lo aveva sì colpito al gamba, ma gli aveva attraversato quel lembo di pelle che sta fra le ossa della caviglia e il tendine d’Achille (che ovviamente i cinesi non chiamavano così).
Una zona tra ossa che potevano rompersi e tendini che potevano lacerarsi, ma magicamente la freccia attraversò la carne senza fare gravi danni.
Comunque faceva un male terribile.
Quando dopo qualche istante il dardo fu estratto e il nobile si riprese dallo shock, lo stupore di tutti fu enorme
Il dolore alla schiena e alla coscia era infatti magicamente e completamente sparito e il principe riuscì ad alzarsi da solo e a tornare la villaggio abbandonando addirittura la stampella (ma continuando  a zoppicare lievemente per via della ferita della freccia).

Questa, un po’ romanzata, è la leggenda che narra della scoperta del meccanismo dell’agopuntura.
Va detto che esistono molte versioni di questa storia, in alcune il principe non è afflitto da una sciatica ma da un mal di testa potente, in altre non viene colpito da una freccia ma da una lancia sottile.

La sostanza del racconto è comunque sempre la stessa.
I cinesi si resero conto, casualmente, che c’erano dei punti disseminati qua e là nel corpo che avevano un’azione riflessa su zone a loro distanti e che, se stimolati nel modo giusto, erano in grado di guarire determinate problematiche.
Compresero poi che oltre alla possibilità di pungere i punti, c’erano altre tecniche che funzionavano molto bene.
a tal proposito possiamo citare un’altra leggenda (ma questa ve la faccio breve per non annoiarvi troppo) che racconta che un giovane principe (a me piace pensare che sia lo stesso di prima) uscì  malconcio da una battaglia, con una profonda ferita ad un braccio, all’altezza del gomito.
La ferita nel giro di qualche tempo si era infettata e nessuno aveva nessuna idea di come guarirla.
Fu portato in una capanna, accanto al fuoco, mentre delirava in preda a una febbre molto alta.
Stavano già accatastando la legna per costruire la pira sulla quale bruciarne il cadavere quando, quella stessa notte, accadde qualcosa di impensabile.
Il fuoco che ardeva cominciò a scoppiettare e scagliò un grosso tizzone ardente proprio sulla ferita del principe.
Questi, ormai svenuto, non percepì il bruciore al braccio e il guaritore che stava vegliandolo si era appisolato proprio poco prima.
Così la brace bruciò la carne infetta cauterizzando la ferita e nel giro di qualche giorno il principe si rimise completamente.
Avevano scoperto quella tecnica che successivamente prese il nome di moxibustione (cioè di utilizzo del calore per stimolare i punti “energetici”).
Scoprirono quindi che i punti erano sensibili a diverse tecniche di stimolazione. Potevano essere punti, riscaldati, massaggiati, fatti sanguinare, e frizionati con particolari erbe mediche.

Cominciarono così una lunghissima sperimentazione empirica.
Sceglievano le zone su cui testare le loro tecniche spesso sulla base della sensazione più che su un qualche ragionamento, o sulla base del caso (come nelle leggende che abbiamo raccontato).
Era l’ascolto del loro corpo e delle sensazioni associate al loro problema a indicargli le zone su cui provare ad agire.
Vi auguro con tutto il cuore di non dover mai soffrire i dolori di una sciatica ma se per disgrazia vi dovesse capitare sono certo che, ascoltandovi attentamente, noterete un certo collegamento fra quel dolore e la zona posteriore della caviglia.
E’ una sensazione difficile da descrivere, una specie di formicolio, un friccicore  (a volte anche fastidioso).
Insomma ascoltavano il corpo, selezionavano delle zone che sentivano essere collegate al problema che avevano,  e poi cercavano agire su di esse e osservavano i cambiamenti che si producevano.
Non ci volle poi molto perché gli venisse in mente di riunire tutte queste sperimentazioni elaborando una teoria che spiegasse il perché di quegli avvenimenti, il motivo di quelle guarigioni.
Per prima cosa circoscrissero la loro azione su una serie di punti, una ventina circa, che riscontravano essere spesso associati a molti problemi differenti.
Come se fossero dei punti nevralgici a cui si potevano associare malattie o disturbi differenti.
Chiamarono questi punti “Gui”.
Il termine Gui, in lingua cinese antica significa più o meno Demone, spirito malvagio.
Va detto che la visione del mondo di molti popoli antichi, all’incirca nel 5000 A.C, era di carattere spiritistico, e i cinesi non facevano eccezione.
Le cose buone erano associate agli spiriti buoni, quelle malvagie ai demoni cattivi.
La loro idea per quanto riguardava l’aspetto medico era simile.
Erano convinti che questi Gui, questi demoni malvagi, penetrassero nel corpo in particolari punti (quelli indicati nell’immaginequi a fianco) e  stabilissero lì la loro tana, succhiando energie vitali al malcapitato e generando dolori e problemi.
Pungendo le loro dimore, bruciandole o massaggiandole con erbe particolari si costringeva il demone ad abbandonare il corpo e di conseguenza il malanno scompariva del tutto e la persona guariva.
Poi la loro capacità tecnica migliorò e cominciarono a sostituire le punte di freccia (o di lancia), che non erano molto comode da piantare qua e là nel corpo, con aghi sempre più sottili fatti prima di pietra e poi di metallo.
Smisero di spegnere tizzoni ardenti sul corpo e cominciarono a notare effetti interessanti anche solo se i punti venivano riscaldati.
Un’altra possiblità che sperimentarono era di ingerire particolari estratti di piante o di animali che dovevano avere lo scopo di avvelenare il demone dall’interno o di sostenere le energie buone del corpo che così avrebbero potuto più facilmente scacciare il demone malvagio.
Ci volle molto tempo perché questo sistema venisse sostituito dal meccanismo più razionale che sta oggi alla base della medicina tradizionale cinese (di cui parleremo la prossima volta), e oggi  nessun medico cinese ragiona in termini di spiriti buoni e cattivi, ma fra i testi che sono fra i cardini della Medicina Tradizionale Cinese sono ancora ben evidenti le radici di questo tipo di pensiero.
Ad esempio il Lingshu, al capitolo 8 recita:

“Per ogni puntura il metodo è, prima di tutto, non mancare il radicamento agli spiriti”.

La raccolta differenziata, gli scarabocchi e la sospensione del giudizio.

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Il dramma del nostro tempo è che il tetrapak non si può riciclare.

Non si può buttare nella plastica perchè è fatto anche di carta, ma non lo puoi mettere nella carta perchè ovviamente c’è un po’ di plasticaccia e, per complicare ulteriormente le cose, c’è anche una buona percentuale di alluminio che lo rende proprio inadatto ad essere ospitato in qualsiasi delle campane per la raccolta differenziata della rumenta.
Tristemente lo si colloca in quella selva di rifiuti che non sono “né carne né pesce” e che chiamiamo secco non riciclabile, oppure rifiuti indifferenziati.
L’indifferenziato è una cosa strana, è un’insieme di cose diverse che, proprio per il fatto di essere molto diverse fra loro e soprattutto da quelle riciclabili, vengono messe tutte insieme.
Cioè un insieme di tutte quelle cose che non rientrano negli altri insiemi.
È qualcosa di magico.
Solitamente le cose vengono messe insieme per somiglianza, in questo caso accade completamente l’opposto: si unisce tutto ciò che non si somiglia per niente. È quasi un controsenso in termini, e i controsensi sono sempre interessanti. Tranne quando stai guidando la macchina, allora sono molto pericolosi.

Indifferenziato è anche il nostro pensare, per lo meno al principio del pensiero.
Quando ero bambino, per addormentarmi, facevo sempre lo stesso gioco: chiudevo gli occhi e cercavo di “vedere” qualcosa ad occhi chiusi.
Lo so, è idiota cercare di vedere qualcosa ad occhi chiusi ma, la cosa stupefacente, è che non c’era sera in cui non vedessi qualcosa.
Dopo pochi minuti di attesa succedeva sempre che cominciavano a formarsi, nella mia mente, delle immagini strane…
Era un insieme di forme inddifferenziate che si trasformavano continuamente in altre forme e avevano colori mutevoli e sempre affascinanti.
Un po’ quello che accade quando ti premi con un forza i palmi sugli occhi.
Oppure quello che succede quando ascolti una canzone con Windows Media Player. Ma è decisamente più fico premersi i palmi sugli occhi.
Piano piano quelle immagini assumevano una forma più concreta, anche se era ancora difficile stabilire cosa fossero. Era come guardare le nuvole. In effetti più si guardano le nuvole e più ci si accorge che la loro forma non è casuale, ma assomigliano sempre a qualcosa. Basta darsi il tempo per osservarle.
Forse, scientificamente parlando, sarebbe più corretto dire che è il nostro cervello a cercare di dare forma laddove magari forme non ci sono, però a me piace molto di più pensare all’opposto.
Sono le nuvole, o le immagini che si vedono ad occhi chiusi, che hanno una forma precisa, che noi dobbiamo trovare e, questa forma, scaturisce magicamente da un insieme indifferenziato che forma non ha.
E’ un po’ come se ci fosse un grande calderone in cui bolle un miscuglione di tutte le cose, e che il cervello abbia la meravigliosa capacità di prendere quel “mega-brodone” e trarci fuori qualcosa di conosciuto.
Che in fin dei conti è quello che succede anche con i nostri sensi.
Basta pensare, ad esempio, a quando dobbiamo ascoltare a lungo persone che parlano una lingua a noi sconosciuta. All’inizio ci sembra di non capire nulla ma, alla lunga, cominciamo a comprendere la logica di quella lingua e, pur continuando a non comprendere nulla del loro significato, cominciamo però a fare l’orecchio a quei suoni che prima ci apparivano così strani.
Stessa cosa accade con la vista: quello che vediamo è in stragrande maggioranza un’immagine mentale costruita dal cervello sulla base di piccoli brandelli di informazione che arrivano dagli occhi.
Da queste piccole informazioni il cervello costruisce, utilizzando in buona parte le nostre esperienze pregresse, l’immagine di ciò che vediamo. E’ il motivo in cui caschiamo facilmente nelle illusioni ottiche o del perché, in certi giorni, sia così difficile trovare il barattolo di fagioli nella dispensa.
Non è che i fagioli non ci siano, è che noi ci aspettavamo un barattolo di latta, mentre questa volta sono nel barattolo di vetro. E il nostro cervello semplicemente esclude quell’immagine perché non è quella che cerca e tu i fagioli non li trovi.
Quindi possiamo dire che il cervello è una grande macchina decodificatrice che trova una forma e un significato a quelle cose che forma e significato non hanno.
Praticamente un miracolo.

Per questo hanno ragione i grandi mistici quando dicono che ciò che ha forma deriva da ciò che non ha forma, che ciò che ha significato deriva sempre da ciò che significato non ha e che anche ogni colore deriva dall’assenza di colore o dalla compresenza di tutti colori insieme.
L’esistenza di qualcosa deriva dall’inesistenza delle cose. La vita deriva dall’assenza di vita o meglio da quel mondo affascinante in cui la vita e la morte sono la stessa cosa, in cui non c’è differenza fra le due.
È realmente affascinante osservare le cose come farebbe un mistico, cercare di osservare la magia che c’è nelle cose ma soprattutto “dietro” di queste, ma sono certo che se fermassi il mio vicino di casa in ascensore per condividere con lui questi pensieri chiamerebbe la neuro deliri.
O forse no.
Forse ho un preconcetto nei confronti dei miei vicini di casa.
Comunque sia, è essenziale capire che se il nostro cervello codifica la realtà che abbiamo di fronte attraverso il filtro dei giudizi e delle esperienze passate, cambiare un pochino il nostro modo di intendere le cose obbliga anche il cervello a “ridefinire” l’immagine che ha del mondo e questo è davvero entusiasmante.

Nella maggioranza dei casi è la nostra pigrizia a non voler spostare il nostro punto di vista a farci vedere le cose sempre nello stesso modo, se avessimo un po’ di curiositá in più si aprirebbero mondi che oggi definiremmo magici e incredibili.
Pensiamo ai colori: l’occhio di un europeo medio vede circa 5-6 toni diversi di bianco.

Un eschimese medio ne vede oltre 70 e ha 40 nomi differenti per definirli
C’è il bianco della neve appena caduta, il bianco della neve già compattata, il bianco del ghiaccio millenario, quello degli iceberg che vagano solitari nel bel mezzo del nord dell’atlantico.

Ora, meccanicamente il mio occhio e quello di un abitante degli igloo funziona nel medesimo modo, quello che differenzia la nostra percezione dei colori è che l’eschimese è talmente abituato a vedere cose bianche che ha sviluppato la capacitá di accorgersi della differenza di colore fra una montagnola di neve in lontananza e la pelliccia di un orso polare affamato. Il che, capirete, è di importanza fondamentale se voi sopravvivere in Groenlandia.

Ma non sono solo gli ambienti selvaggi a stimolare la nostra capacitá di vedere, anche noi uomini “civilizzati” abbiamo sviluppato dei super poteri. Noi vediamo oltre 100 toni diversi di grigio, e questo è meraviglioso, anche se dovrebbe farci riflettere molto sull’uso che facciamo del colore nelle nostre città.
Come l’eschimese, anche per noi, accorgersi della differenza di grigio fra l’asfalto di una strada e il marciapiede potrebbe voler dire tornare a casa con le nostre gambe oppure accompagnati dall’ambulanza.

Quindi è solo questione di abitudine.

Come la “bravura” nel vedere dentro gli scarabocchi.
Se prendi una penna, fai uno scarabocchio su un foglio e cominci a guardarlo, nel giro di poco, da quell’ammasso indifferenziato di linee, vedrai comparire qualche forma conosciuta.
Capita sempre.
Basta abituare un pochino la mente ed il gioco è fatto.
Sospetto che sia lo stesso meccanismo delle macchie di Rorschach, quelle che usano gli psicologi.

-cosa vede in questa macchia?-
-ci vedo una casa di campagna-
– bene, lei ha un desiderio inconscio di giacere con sua nonna-
-MIA NONNA? Ma lei l’ha mai vista mia nonna?-

Al di la delle battute sugli psicologi, che è noto non portano molta fortuna, trovo che il meccanismo con cui il nostro cervello codifica le forme sia un Mistero Supremo.
Come si parta da uno scarabocchio, da una nuvola, o da un fondo di caffè per arrivare a vedere case di campagna, animali mistici, o pacchi di merendine piene di conservanti è una roba che per me ha dell’incredibile.
Sospetto, ormai da tempo, che di tutte le teorie con cui l’uomo ha cercato di spiegarsi questo meccanismo nessuna abbia mai colto veramente nel segno.
Certo oggi abbiamo decine di spiegazioni interessanti, alcune geniali altre più disparate, ma tutte le teorie hanno una falla importante. Si concentrano troppo sulla spiegazione.
Dando una spiegazione si perdono la magia dell’evento.
Forse bisognerebbe cominciare a pensare di accettare il fatto che ci sono misteri che è bene rimangano tali.
Cioè, in alcuni casi, è meglio smettere di cercare una risposa.

Lo so che sto contraddicendo buona parte del pensiero Occidentale che vuole ogni cosa come spiegabile, e se non è spiegabile allora non esiste, ma lo ripeto: meglio che alcuni misteri rimangano tali.
Il fatto è che è tutta una questione di attenzione.

Nella maggior parte dei casi, quando ci diamo una spiegazione di una cosa, smettiamo di osservarla attentamente, spostiamo altrove la nostra attenzione.

E’ come quando troviamo un oggetto strano in qualche cassetto perduto di casa, o per terra da qualche parte.
Avrete notato che la nostra curiosità nei riguardi dell’oggetto fa si che noi lo osserviamo con la massima attenzione, alla ricerca di un qualche indizio che ci possa far capire a cosa serve o da dove derivi.
Poi trovata la soluzione, immediatamente l’oggetto perde interesse, ce lo dimentichiamo in 3 minuti.
Oppure come i giochi di prestigio: se vi è mai capitato di farvene spiegare uno avrete sicuramente notato che immediatamente dopo la spiegazione, quello che prima era un evento magico, diventa una banalità da tre soldi.

Quindi non penso che sia inutile cercare una spiegazione, penso che accettare una spiegazione per questo fenomeno sia perlomeno pericoloso.

La pericolosità sta proprio nel darsi spiegazioni, nello spostare l’attenzione, perché così facendo smettiamo di osservare con precisione le mirabolanti forme delle nuvole in cielo, perchè quelle sono “solo” agglomerati di vapore acqueo mossi dal vento, così come gli scarabocchi sono “solo” espressione del nostro nervosismo mentre siamo al telefono, e in fondo alla tazzina non c’è l’immagine di qualcosa di speciale ma “solo” la constatazione che il caffè che fa la mia macchinetta è decisamente scadente.

Tutte cose noiosissime.

Mi chiedo: ha senso sacrificare la magia che sta nella nostra capacitá di veder forma in ciò che sembra non averne, barattandola con qualche spiegazione che anche se precisissima è evidente che rimarrá sempre parziale?

Bisogna essere consapevoli che della realtà non possiamo che avere un giudizio soggettivo, quindi parziale e falsato. Io vedo una cosa grigia, un eschimese la vede bianca.

Chi ha ragione?

Ognuno nella sua esperienza, ma oggettivamente la ragione non ce l’ha nessuno.
Questo vale per tutte le nostre credenze: per noi sono idee irrinunciabili, per altri sono “solo” mobili in cui riporre i piatti.

Per questo diversi secoli fa alcuni filosofi greci erano arrivati al concetto di “sospensione del giudizio”.

Non mi interessa giudicare una cosa, comprenderla, catalogarla in termini assoluti. L’unica cosa che è logico fare è sospendere il mio giudizio sulla cosa e semplicemente osservarla, tenendo bene a mente che la mia visione, qualsiasi essa sia, sarà parziale e soggettiva.
Idee molto simili a quelle orientali.
Osservare come se non si conoscesse nulla, come se fosse la prima volta.
Più facile a dirsi che a farsi, ma se non si comincia non si arriva.

Questo è il motivo per quale, per me, in questo caso, è meglio non cercare la spiegazione del perchè io veda in una macchia una casa di campagna, mentre un altro un cielo stellato, ma è molto più furbo continuare a godersi la magia dello scarabocchio che improvvisamente prende vita, dell’indifferenziato che assume una forma (qualsiasi essa sia), e della macchia d’umido sul soffitto che ricorda tanto la forma della focaccia che mangiavo da bambino.

(Per correttezza devo ammettere che la battuta sulle macchie di Rorschach è una scopiazzatura, pessima, di una battuta molto migliore di Beppe Grillo)

I Pink Floyd, la meditazione e il giudizio universale.

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“And everything under the sun in in tune, but the sun eclipsed by the moon.”

“E tutto ciò che è sotto il sole è in armonia, ma il sole è oscurato dalla luna.”

Così si chiude il più bell’album della storia del rock, “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd.
Con una frase ambivalente, strana, qualcosa su cui vale la pena riflettere un po’… Ma andiamo con ordine!
The Dark Side of the Moon è un “concept album” cioè non è come i dischi tradizionali che sono composti da brani diversi, indipendenti uno dall’altro, ma è pensato come se, dall’inizio alla fine, fosse un’unica grande canzone.
Sonoritá psichedeliche, atmosfere uniche e surreali, tematiche molto profonde, un album da ascoltare e riascoltare ( magari con i testi tradotti a portata di mano).
Finita la parte pubblicitaria, per la quale spero che il Pink Floyd mi elargiscano profumati compensi, veniamo al perchè mi sia venuto in mente di utilizzare i testi di un gruppo rock britannico per spiegare tematiche che invece sono strettamente orientali.
Cosa c’entra la psichedelia, il rock ‘n roll, con la meditazione o l’illuminazione?
Beh c’entra parecchio, basti pensare che i primi esperimenti con le droghe psichedeliche cercavano un modo per riprodurre artificialmente gli stessi stati alterati di coscienza che ottenevano i monaci tibetani quando erano in profonda meditazione. Invece che placidamente seduti a scordarsi di sé, gli scienziati, da “buoni occidentali”, cercavano un modo più rapido e meccanico e assumevano sostanze che dovevano avere il compito di espandere la loro coscienza.
Droghe illuminanti?
Era un’idea molto in voga negli anni sessanta, e come dicevamo più fra gli scienziati che fra gli hippies.
Non so quanto abbia funzionato, quali siano state le conseguenze, ma sono certo che si saranno divertiti parecchio…
Effettivamente fra i grandi insegnamenti che ci ha regalato l’oriente c’è quello di cercare di osservare la nostra quotidianitá con occhi diversi, in modo da accorgersi che le cose non sono proprio come le pensiamo, sono diverse.
Esattamente quello che accade durante un trip da allucinogeni.
Quindi l’idea poteva apparire sensata, certo estrema, ma in qualche modo coerente.
Accorgersi dell’illusione che produce la nostra mente significa fare il primo importante passo verso un diverso modo di intendere il mondo, verso l’illuminazione.
Per molti pensatori orientali tutte le persone vivono una vita “fasulla”, persuase che invece sia la realtá.
È come se noi fossimo al cinema a guardare il film delle cose che ci accadono.
Siamo li seduti in poltrona, talmente assorbiti dal film da non renderci più conto che quello che stiamo guardando è una finzione, e non la vita reale. Una roba tipo Matrix, se avete presente.
Meditare significa, nel nostro esempio, cercare di allontanare il punto di vista e accorgerci che è solo una proiezione, che se sposti l’attenzione ti accorgi dell’inganno, che la realtá è nella sala del cinema,e fuori da quella, non nella storia del film. Quella è la finzione.
E’ come quando i fratelli Lumiere proiettarono in una piccola sala uno dei primi “film” della storia: un treno che arrivava in stazione.
Ebbene le persone non compresero che quelle erano solo immagini proiettate su un telo bianco, ma pensarono realmente che stesse arrivando verso di loro un treno di ferraccio lanciato a tutta velocitá. Ovviamente fuggirono terrorizzate.
Oggi noi ridiamo di quella genuinitá di pensiero ma, secondo i mistici, noi siamo vittime della stessa illusione.
Solo che non possiamo scappare perchè il cinema sta nella nostra testa.
Siamo come il protagonista di Arancia Meccanica quando, costretto a vedere e rivedere un certo tipo di immagini, alla fine lascia che il suo approccio nei confronti della realtà cambi radicalmente.
Una specie di lavaggio del cervello.
Ma c’è di più: taoisti, buddisti, induisti e praticamente tutte gli altri grandi approcci religio-filosofici dell’oriente (ma anche molti in occidente)ci dicono che la realtá che ci stiamo perdendo è di gran lunga più bella e soddisfacente della nostra nostra piccola illusione da cinema di serie b.
E’ proprio in questo clima che possiamo leggere la frase conclusiva dell’album dei Pink Floyd.
Tutto ciò che è sotto il sole, cioè tutto ciò che noi possiamo vedere, che esiste, è armonico, perfetto, in sintonia, accordato come una grande orchestra, solo che noi non lo riusciamo a vedere perchè questo sole che rende tutto perfetto è eclissato dalla luna, che noi guardiamo come se fosse il sole.
Una truffa bella e buona.
Roger Waters, bassista del gruppo e autore di praticamente tutti i pezzi dell’album sta qui parlando come un grande mistico.
C’è qualcosa (la luna) che ci impedisce di goderci la perfezione dell’universo, e che ci obbliga invece ad una realtá decisamente più grigia e imperfetta.
C’è un film noioso nella nostra testa ma noi siamo persuasi che sia l’unico possibile e questa convinzione ci impedisce di vedere lo sbirluccichio e la frizzantezza dell’universo.
Ma cos’è questa luna, chi è che sta facendo di tutto per romperci le scatole?
La mia ipotesi è che ci siano molte possibili “lune” che oscurano il “sole”, molti meccansimi dentro e fuori di noi che velano la realtá spegnendone la vivacitá dei colori; uno di questo, senza dubbio, è il meccanismo di gudizio.
Sono secoli che in molti si sono accorti che giudicare le cose, dividerle in gruppi distinti, sottolineare le loro “poche” differenze tralasciando le gigantesche analogie, è in gran parte un inganno colossale, che crea più danni che benefici. Ci hanno anche lasciato numerosi scritti a riguardo, ma noi imperterriti continuiamo a credere, chi più e chi meno, che sia giusto e soprattutto “normale” giudicare le cose. E anzi siamo persuasi che più le classifichiamo, le dividiamo e troviamo fra loro differenze, più ci avviciniamo alla loro comprensione.
Esattamente il contrario di quando ci dicono i grandi maestri.
Eraclito da Efeso, per esempio, ci ricorda da più di 2500 anni (e ormai si sará pure annoiato, il poverino!) che ci sono due modi di guardare la realtá: uno è quello dell’uomo, l’altro quello del “dio”.
Basta leggere il frammento numero 102 che dice, più o meno, così:

L’uomo reca ora giusta una cosa e ingiusta un’altra, per il dio tutto è buono tutto è bello e tutto è giusto.

Quindi la differenza fra uomini e dei sta proprio nel fatto che uno (l’uomo) giudica, e l’altro (il dio) non giudica affatto ( o meglio lo fa, ma considerando tutto come perfetto è come se non lo facesse). Cioè l’uomo è prigioniero delle categorie di buono/cattivo, giusto/sbagliato, bello/brutto, mentre il dio ne è completamente libero.

Lao Tzu, padre del taoismo ci racconta una storia simile.
Per lui la realtá appare come composta da contrari: lo yin e lo yang.
Più c’è luce meno c’è buio, più c’è caldo meno c’è freddo, più una cosa è giusta e meno è sbagliata. In un mondo impostato su questa idea è impossibile non giudicare. Ma questa è, per lui, solo l’apparenza delle cose.
La realtá è che gli opposti sono la stessa cosa, APPAIONO diversi ma in veritá SONO la stessa cosa, come una medaglia che mostra ogni volta una o l’altra faccia ma rimanendo costantemente se stessa.
Com’è possibile che caldo e freddo, o pace e guerra siano LA STESSA COSA?
neppure Lao Tzu ce lo sa dire con precisione ma ci avverte che comprendere quello è comprendere la chiave di lettura del mondo. Ecco a proposito le ultime parole del primo capitolo del tao te ching:

“Quei due (gli opposti) hanno la stessa estrazione
anche se diverso nome
ed insieme sono detti mistero,
mistero del mistero,
porta di tutti gli arcani.”

Un’altro che ha parlato di giudizio in una celebre frase è Gesù:

Non giudicate se
non volete essere giudicati.

Qui molti ci leggono il fatto che se giudichi in vita, sarai giudicato, dopo la morte, in quello che sará il più grande show del sabato sera che si sia mai visto: il giudizio universale.
A me piace leggere questa frase in una prospettiva un po’ più vicina della “fine dei tempi”, mi piace pensare che significhi che il giudizio è un arma a doppio taglio: se giudichi la vita, gli altri, le cose che ti accadono, dividendole in buone e cattive automaticamente tenderai a fare la stessa cosa quando osserverai e cercherai di capire te stesso. Ti giudicherai buono e ti elogerai ma anche cattivo e ti sentirai in colpa.
Quindi è un tuo diritto giudicare, separare le cose, ma è essenziale capire che lo stesso metro che userai per gli altri, lo rivolgerai anche verso di te.
È come la formula di arresto che si sente sempre nei film americani: hai diritto di non parlare ma se parlerai, qualsiasi cosa dirai, potrá essere usata contro di te in tribunale.
Ora, sappiamo bene che i tribinali sono luoghi strani: se uno è citato perché ha rubato una salsiccia rischia di prendere 2 anni mentre chi ruba miliardi spesso se la cava con qualche cavillo burocratico incomprensibile.
La stessa cosa accade col meccanismo del giudizio: spesso tendiamo a sminuire e scusare i comportamenti altrui (magari anche più gravi dei nostri), mentre ci accaniamo contro noi stessi perchè “è sbagliato rubare le salsiccie”. Forse la frase di Gesù ci sta avvertendo che se vuoi usare il meccanismo di giudizio sei libero di farlo ma è giusto che tu sappia che, alla fine, quello che giudicherai in maniera più spietata sarà proprio te stesso. Quindi forse meglio non usarlo o perlomeno limitarsi al minimo.

A questo punto possiamo tornare ai nostri Pink Floyd e leggere tutto il testo dell’ultima canzone (che non l’ho ancora detto ma si chiama Eclipse che vuol dire “eclisse”).
Consiglio di leggere il testo mentre sentite la canzone perchè la musica fa decisamente la sua parte. La trovate cliccando qui, dura un paio di minuti.
(il testo italiano lo trovate subito sotto quello inglese)

Eclipse

All that you touch
All that you see
All that you taste
All you feel.
All that you love
All that you hate
All you distrust
All you save.
All that you give
All that you deal
All that you buy,
beg, borrow or steal.
All you create
All you destroy
All that you do
All that you say.
All that you eat
everyone you meet
All that you slight
everyone you fight.
All that is now
All that is gone
All that’s to come
and everything under the sun is in tune
but the sun is eclipsed by the moon.

Eclissi

Tutto ciò che tocchi
Tutto ciò che vedi
Tutto ciò che assaggi
Tutto ciò che senti
Tutto ciò che ami
Tutto ciò che odii
Tutto ciò in cui non credi
Tutto ciò che risparmi
Tutto ciò che dai
Tutto ciò che scambi
Tutto ciò che compri
Elemosini, prendi in prestito o rubi
Tutto ciò che crei
Tutto ciò che distruggi
Tutto ciò che fai
Tutto ciò che dici
Tutto ciò che mangi
Tutti coloro che incontri
Tutto ciò che disprezzi
Tutti coloro che combatti
E tutto ciò che è adesso
E tutto ciò che è stato
E tutto ciò che verrà
E tutto quello che è sotto il sole è intonato
Ma il sole è eclissato dalla luna

Non credo di poter aggiungere altro dopo le parole di questa canzone, non mi resta che augurarvi un buon proseguito d’estate.
Date la caccia alla vostra luna, e quando avete capito qual’è, avrete anche capito come lasciare che si sposti e che vi faccia godere della gigantesca e perfetta sinfonia dell’universo.