Gli Italiani, i Giapponesi e il Kintsugi

I giapponesi sono un popolo parecchio strano.
Precisi, puntuali, calmi, pronti, folli, ossequiosi, indottrinati, regolamentati, martiri, distaccati, timidi, pixellati, feticisti, manghisti, tradizionalisti, fotografi, samurai, sudditi,  tecnologici, religiosi, maniaci, …
…e se avete guardato almeno una volta il famigerato “Mai Dire Banzai” della Galappa’s band sapete bene quanto assurdi possano essere i giapponesi.
Se non l’avete mai guardato rimediate subito:
http://www.maidire.it/2011/mai-dire-banzai-1989/mai-dire-banzai-1989-3-puntata/
(sul sito trovate tutte le puntate)
I giapponesi sono completamente pazzi se osservati dalla nostra cultura italiana.
Quale nostro soldato mandato in missione a proteggere un’isoletta,  continuerebbe a combattere la guerra anche dopo 30 anni che la radio è muta e non riceve ordini?
Nessuno, credo.
Per Hiroo Onoda e altre decine di guerriglieri era impensabile fare l’opposto. (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Soldati_fantasma_giapponesi).
Oppure chi di noi sceglierebbe in totale libertà di diventare kamikaze?
Eppure durante la seconda guerra mondiale erano decine i volontari giapponesi che sceglievano quel destino per salvare l’imperatore divino.
Da noi non capiterebbe; non solo perché non abbiamo un “imperatore divinizzato”,  ma soprattutto perchè più che al “sacrificio verso Dio” siamo meglio abituati al “Dio che si sacrifica per noi”.
Questione di gusti.
Siamo profondamente diversi, noi e i giapponesi.
Noi mangiamo con forchetta e coltello loro con le bacchette, noi scriviamo da sinistra a destra loro dall’alto in basso, noi sediamo sulle sedie loro passano la vita seduti a terra, loro fotografano la nostra Italia e noi salviamo le nostre foto sulle schede di memoria giapponesi, loro sono tendenzialmente silenziosi e distaccati, noi tendiamo ad essere bonaccioni e ridanciani, e poi mentre i giapponesi sono totalmente ossessionati dalle regole, noi  lo siamo dalla totale mancanza di regole.
Insomma, cosa può avere da spartire un italiano con un giapponese?
Nulla, all’apparenza.
Ma è evidente che invece due culture così differenti abbiano enormi potenzialità l’una nei confronti dell’altra.
Confrontarsi con uno simile a te non ti arricchisce come farlo con una persona completamente diversa, pensaci.
La differenza è la radice dell’arricchimento interiore.
Ci sono molti risvolti della cultura giapponese che sono entrati con forza nella “cultura” italiana.
Un esempio sono le discipline corporee, un altro le arti marziali.
Shiatsu, Judo, Reiki, Karate, Aikido, Moxa, Kendo, sono parole ormai entrate nel vocabolario di molti italiani.
Sono parole Giapponesi.
Un’altra bella parola giapponese è  Kintsugi.
Kintsugi è l’arte di riparare la porcellana utilizzando l’oro come “collante”.
Noi se ci cade un bel vaso e si rompe che facciamo? Lo rincolliamo usando la massima cautela e cercando di fare in modo che non si vedano le venature della spaccatura.
I giapponesi no, per loro la spaccatura è ciò che rende vero e unico quel vaso, perciò la mettono bene in evidenza con l’oro delle riparazioni.
Un giapponese pensa: “Quel vaso poteva spaccarsi in mille modi diversi e ha scelto quello in cui si è rotto. Perchè tralasciare questo importante tratto distintivo della sua personalità?
Meglio invece arricchire la storia di quel vaso anche dell’accidente che l’ha rotto, perchè anche quello può aumentarne la bellezza.
Meraviglioso!
A ragionarci un po’ noi tendiamo a comportarci nei confronti di noi stessi come facciamo nei confronti del vaso rotto: tendiamo a nascondere le parti che non ci piacciono della nostra personalità, le parti ferite, ammaccate o brutte. Passiamo un sacco di tempo a trovare un modo per tenere insieme queste parti rotte, storte e tremolanti così come passiamo del tempo a rincollare il vaso “come se nulla fosse successo”.
E ovviamente facciamo finta di stare bene così come facciamo finta che il vaso reincollato sia intatto.
Il kintsugi e la cultura giapponese invece possono insegnarci che noi siamo anche le nostre ammaccaure, le nostre cicatrici, i nostri lividi; e che anche le nostre crepe vogliono far parte della nostra bellezza.
Sta a noi valorizzarle.

kintsugi

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